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 1 luglio 2009 |
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historycast riprenderà a settembre con nuovi podcast e un sito rinnovato |
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31 gennaio 2009 |
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puntata
21 - federico II
sovrano illuminato o feroce tiranno? |
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«E
Federico fu un uomo pestifero e maledetto, scismatico, eretico ed epicureo,
corruttore di tutta la terra, giacché seminò il seme della
divisione e della discordia nelle città d'Italia, tanto che questa
dura fino a oggi... Pertanto sembra verificata in Federico quella profezia
dell'abate Gioacchino, che all'imperatore Enrico suo padre (il quale
chiedeva cosa sarebbe diventato nel futuro il figlio) rispose “Perverso
il tuo bambino! Cattivo il tuo figlio ed erede, oh principe! Oh Dio!
Sconvolgerà il mondo!”». Sconvolse il mondo?
Stupì il mondo? Historycast dedica la sua ventunesima puntata
all'imperatore medievale Federico II di Svevia, un personaggio che ha
sempre suscitato giudizi estremi, abissalmente negativi come entusiasticamente
positivi, mai pacati, mai dentro le righe; e non solo presso i contemporanei,
come Salimbene da Adam che abbiamo appena sentito, ma anche dagli uomini
del nostro tempo. Prototipo del principe rinascimentale, se non addirittura
illuminista per lo storico Ernest Kantorowitz, sovrano medievale, abile
nel birdwatching per un altro storico più recente, David
Abulafia. Il vero Federico non solo continua a fuggire dalle pagine
dei libri, perché non è riproducibile nella sua complessità,
ma sembra spingerci ancora dopo otto secoli a prendere una parte, a
dichiarare un'appartenenza: guelfi o ghibellini, detrattori o estimatori.
Historycast non intende sposare cause, né raccontarvi chi era
Federico II, ma andare a mettere un po' il naso dentro il suo mito e
capire cosa sta dietro alle tante letture che sono state fatte di questo
personaggio. Di certo si può dire che se di lui sono stati dati
per otto secoli giudizi estremi, in buona parte è colpa della
storia che lo ha messo in una posizione decisamente estrema.
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30
ottobre 2008 |
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puntata
20 - cittadino e romano
leggi, calunnie e potere nella roma di caracalla |
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In
un mondo dove i cittadini romani sono ormai una minoranza, mentre la
maggior parte degli abitanti liberi o sono semplici peregrini,
cioè sottoposti a diritti locali, o dediticii, veri
e propri stranieri vinti e sottoposti ai tributi imposti da Roma, la
preminenza – anche solo nominale – di chi poteva vantare
il diritto allla cittadinanza romana doveva sembrare un'autentica ingiustizia.
Questo stato delle cose dura fino a quando diventa Imperatore Marco
Aurelio Antonino, detto Caracalla. Prima di lui, infatti, il privilegio
della cittadinanza era elargito con una certa attenzione: lo si concedeva
a interi Municipi o a province per ragioni diplomatiche, e ai singoli
per alti meriti ottenuti in diversa maniera. Il sistema più usato
dai peregrini e dai barbari per diventare Romani era
quello di passare almeno 25 anni nelle file dell'esercito e ottenere,
con il congedo, la cittadinanza e il diritto di contrarre matrimonio.
Ma in ogni caso si trattava di concessioni limitate che mantenevano
la diversità. Caracalla, al contrario, stravolge la situazione.
Nel 212, con la sua Constitutio Antoniniana, estende la cittadinanza
romana a tutti i sudditi dell'Impero. Un atto rivoluzionario che, se
da una parte trova fermi contrari alcuni ceti importanti della società
romana del tempo (come gran parte della classe senatoriale), dall'altra
serve - eccome - alla stabilità e alla prosperità dell'Impero.
Si tratta, infatti, di un atto che va nella direzione di una integrazione
piena, sancita dalla legge e vissuta, nell’intima individualità
dei beneficiari, come un dono inestimabile fatto da un Imperatore, certo
cinico, assassino, calcolatore, ma anche abbastanza intelligente da
circondarsi di ottimi giuristi e da capire che per avere il consenso
dei sudditi doveva renderli in qualche modo uguali. Omogenei di fatto
e di diritto, per essere meglio governati.
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16
agosto 2008 |
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puntata
19 - i giusti
il ruolo dell'individuo negli avvenimenti della storia |
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Questa
puntata parliamo di Giusti, uomini e donne, cioè, che con il
loro comportamento hanno salvato la vita di molte persone. Grande coraggio,
profondo senso della giustizia, irrinunciabili imperativi morali...
chissà cosa ha veramente convinto uomini e donne cosiddetti comuni
a rischiare la propria stessa esistenza per aiutare perfetti sconosciuti?
Cosa avrà spinto, per esempio, l'italiano Giorgio Perlasca a
sottrarre, durante la Seconda Guerra Mondiale, dai campi di concentramento
nazisti (e quindi dalla morte quasi sicura) migliaia di ebrei ungheresi?
E quali pensieri avrà mai avuto la danese Karen Jeppe che, con
il suo comportamento, riuscì a nascondere molti uomini e molte
donne armeni dopo il 1915, costretti dal governo turco di allora alla
deportazione dall'Anatolia verso i deserti della Siria e della Mesopotamia
attraverso le famigerate marce della morte? E che cosa, infine,
attraversò la mente di Dimitar Peshev, il vicepresidente del
Parlamento bulgaro durante l'ultimo conflitto mondiale che mobilitò
il suo paese contro le leggi razziali, riuscendo a far revocare l'ordine
della deportazione contro i propri connazionali di religione ebrea?
Parliamo, in altre parole, di coloro che, guardandoli da lontano, appaiono
come piccoli scogli affioranti dalla superficie di un fiume in piena.
Argini incrollabili, a cui però solo pochi riescono ad attaccarsi,
incredibilmente forti ma incapaci di arrestare la corrente. Ma qual
è stato, in concreto, il loro ruolo nel corso degli avvenimenti?
Possiamo, in altre parole, dire che i Giusti sono stati davvero importanti
nella storia? Che dobbiamo ricordarci di loro? Può una piccola
vicenda personale diventare lo spiraglio per una migliore comprensione
di un fenomeno nella sua interezza?
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le
puntate precedenti |
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20-11-2008 - podcast un uomo solo al comando
04 -
quando passa nuvolari...
la fantastica epopea del "mantovano
volante" |
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Il
Mantovano Volante, il Figlio del Diavolo, l’Asso
degli Assi, il Moschettiere del Rischio, il Maestro,
Nivola. Enzo Ferrari lo definì “il più
grande di tutti”, Ferdinand Porsche “il più
grande pilota del passato, del presente, del futuro”. Tutto
vero. Lui, Tazio Nuvolari da Castel d’Ario, è la storia,
è la leggenda, è la personificazione stessa dell’automobilismo.
Le imprese, le gioie e le tragedie del pilota che, nell'Italia del primo
Novecento, ha incarnato più di ogni altro il mito della velocità
e la cui fama ha attraversato indenne il corso degli anni.
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 abbonati
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